sabato 14 marzo 2015

Paestum, un'emozione senza tempo, una meta imperdibile del Cilento

Paestum cilento cilentoinside
Paestum! Inizio il racconto del nostro ultimo fine settimana nel Cilento dal suo luogo più famoso, dalla colonia meglio conservata della Magna Grecia, dalla perla che insieme al sito archeologico di Velia, alla Certosa di Padula, al Parco nazionale e al Vallo di Diano fa parte del Patrimonio dell'Unesco dal 1998. Una scelta per alcuni versi scontata ma quasi obbligatoria. Com'è obbligatorio dedicargli almeno una mezza giornata e, magari, goderselo alla calda luce del tramonto che passa attraverso i colonnati e infiamma tutta l'area.

Paestum, dicevo. Fondata presumibilmente nel VI secolo avanti Cristo dai Sibariti, una popolazione di coloni greci che partendo dalla Calabria aveva edificato diverse città sulla costa tirrenica, o più romanticamente da Giasone e i suoi Argonauti, che di ritorno dalla missione trionfale in Colchide con il Vello d'oro volle erigere un tempio in onore di Hera Argiva vicino alla foce del fiume Sele.

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Al di là delle origini, l'antica Poseidonia, consacrata al dio del mare Poseidone, visse secoli di prosperità in età greca (fino alla metà del V secolo a.C.), in età lucana (fino al III secolo a.C.) ed infine in età romana, quando le venne attribuito il nome di Paestum e diventò fornitore di Roma di legname per le imbarcazioni e marinai (socii navales). La ricchezza derivata dalla fertilità della piana del Sele e dal florente commercio proseguì fintanto che l'Impero Romano rimase in piedi, poi il progressivo impaludamento e la conseguente diffusione della malaria portarono a un drastico ridimensionamento della città e allo spopolamento. Le successive razzie dei saraceni fecero il resto: Paestum, la grandiosa urbe racchiusa da un perimetro di mura lungo 5 chilometri (tuttora ben conservato) e intervallata da ben 38 torri e 4 porte, subì grossi danni e dal IX-X secolo venne abbandonata e praticamente dimenticata.

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Fu solo grazie alla costruzione della strada borbonica - siamo alla fine del XVIII secolo... quasi inimmaginabile che quei templi, tra i più grandi della Magna Grecia, fossero caduti nell'oblio - che si assistette alla riscoperta delle rovine di Paestum. Nel ventennio fascista il primo restauro, accompagnato da un progetto di rivalutazione dell'area archeologica a fini turistici! Il decreto ministeriale del 1933 ordinò la tutela ambientale dell'"antica città morta" impedendo che si potesse costruire intorno alla cinta muraria... Il museo nazionale venne invece aperto solo negli anni '50, per ospitare i reperti provenienti dagli scavi archeologici.

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la Via Sacra di Paestum
Ed eccoci così ai giorni nostri! Che dire, i resti delle abitazioni di epoca greca, l'agorà e gli edifici dedicati al culto, lasciano molto spazio all'immaginazione., diversamente dall foro e dall'anfiteatro romano. I tre templi invece colpiscono dritto al cuore: dalle recinzioni a maglie larghe che racchiudono il sito si riesce già a intravedere quel colosso del tempio di Cerere (500 a.C., dedicato al culto di Atena) il primo in cui ci si imbatte una volta entrati, ma è un'anteprima pallida e sfuocata rispetto allo spettacolo in 3D a cui si assiste camminandoci intorno, procedendo passo dopo passo perlustrandone ogni palmo. E' un'emozione continua che si accresce ogni minuto che passa scovando nuove angolazioni.

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tempio di Cerere
Il primo tempio, quello di Atena come dicevo, non è il più antico (il tempio di Hera risale al 530 a.C.) nè il più grande (il tempio di Nettuno, 450 a.C., lo supera in dimensioni e come stato di conservazione) ma è quello che custodisco con più affetto nel mio cuore. Sarà per colpa di una sorta di imprinting archeologico, o perchè mi ricorda la strenua lotta con il vento esagerato di quell'incredibile giornata e la difficoltà (si fa per dire) nel mettere a fuoco le fotografie con il tablet... comunque sia, il tempio di Atena l'ho "adorato" fin da subito. Percorrendo la via Sacra si arriva al gigante, il tempio dorico di Nettuno. 

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il tempio di Nettuno
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il tempio di Hera
Ricordo di aver visto colonne così massicce solo a Karnak, in Egitto, ma qui le condizioni sono diametralmente opposte. Tromba d'aria a parte, stiamo visitando l'area archeologica in perfetta solitudine... siamo entrati con l'ultimo accesso (per disposizioni ministeriali il sito in inverno deve essere vuoto prima del tramonto del sole) e abbiamo Paestum tutto per noi! Siamo io, Sara, Manuela, Alessio (Il Cif!), Claudia e la guida. Stop. Nessuno eccetto noi stessi a entrare nell'obiettivo. Capelli e barbe al vento, nuove inquadrature che fanno dimenticare quanto fossero belle quelle precedenti. E uno stato di conservazione, lo ripeto, che ha del sorprendente.

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Il momento più bello però arriva al termine della visita: il calare del sole sancisce la fine del nostro giro ma ci regala l'emozione di un tramonto vissuto all'interno del sito archeologico di Paestum. Tra me e l'orizzonte il tempio di Nettuno e la base dei colonnati che sembra prendere fuoco. Ricordi indelebili di un pomeriggio trascorso nel Cilento agli inizi di un marzo anomalo...

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L'incontro con i tre templi è così intenso che quasi stavo per scordarmi di parlare del Museo Nazionale che si trova quasi di fronte all'ingresso dell'area archeologica. Al suo interno trovate i resti delle tre epoche di cui parlavo all'inizio, dai corredi funebri della Poseidonia lucana alle metope (elementi in bassorilievo o altorilievo del fregio dei templi) del santuario di Hera Agiva. Il reperto più interessante è il ciclo della Tomba del Tuffatore: 5 lastre affrescate che componevano un'urna funeraria, un'opera straordinaria in quanto rappresenta l'unico esempio di pittura greca nella Magna Grecia! Vale la pena fare una visita anche solo per ammirare da vicino queste lastre del 480 a.C. Dopo aver passeggiato tra i templi di Paestum, però; il museo chiude un paio d'ore più tardi.

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la tomba del Tuffatore
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